La Chiesa, il Cavaliere e il suo doppio

di Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 18.9.11 

Il Cavaliere, oltre che il premier, fa anche il cattolico «a tempo perso»? Le autorità vaticane sembrano aver scelto di tacere, per ora, su quel pollaio di finte infermiere e squillo russe e ballerine sudamericane che emerge dalle intercettazioni e che una delle ragazze coinvolte ha definito «un gran troiaio». Un silenzio assoluto. Lo stesso Silvio Berlusconi, però, sa che il quadro delle sue notti brave con Gianpi Tarantini («Tu porta le tue, io le mie. Poi ce le prestiamo. La patonza deve girare…») rischia di guastare irrimediabilmente un rapporto con la Chiesa che aveva coltivato accuratamente. Giorno dopo giorno. Per anni. Tutta la sua storia politica, coerentemente con la tesi di Don Gianni Baget Bozzo («ho sempre creduto nello Spirito Santo e considero Berlusconi come un evento spirituale») ha traboccato fin dall’inizio di messaggi, parole, rimandi religiosi. Nelle omelie elettorali: «Tutti dobbiamo diventare missionari, dobbiamo farci apostoli… Spiegheremo il vangelo di Forza Italia, il Vangelo secondo Silvio!». Nelle professioni di fede: «Sono religioso, cattolico praticante. Ho cinque zie suore e la domenica un mio cugino sacerdote viene ad Arcore a celebrare Messa nella mia cappella privata. Sì, mi comunico spesso. Anche perché se non lo faccio, mia madre mi chiama in disparte e mi rimprovera: “Cos’hai fatto a Dio, che oggi non hai preso l’ostia?”». Nelle interviste in cui spiegava gli incontri con Giovanni Paolo II: «Mi ha dato la sua benedizione. Ma con l’aria di pensare che non ne avessi un bisogno particolare».

Negli annunci: «Il programma verrà presentato in dodici disegni di legge come le dodici tavole». E via così, per anni. «Ho anche Sgarbi, nella funzione di San Giovanni Battista». «Ho detto: vade retro Satana a tutti i pastrocchi della Prima Repubblica». «Sui referendum mi rimetto serenamente al giudizio di Dio». «Berrò l’amaro calice di tornare a Palazzo Chigi». «Noi e Buttiglione abbiamo gli stessi ideali, la famiglia, il cattolicesimo, una posizione che si riflette nel magistero di Giovanni Paolo II». «Il male di questo Paese è che tutti guardano alle loro parrocchie, invece bisognerebbe stare attenti alla diocesi». A un certo punto confidò: «Io sono in collegamento continuo con lassù, mi aiuta il circuito delle zie suore». E rivelò: «L’altro giorno nella cappella di Arcore ho visto mia madre in colloquio diretto col mio angelo custode, con mio padre e anche con le zie che sono dall’altra parte: con accenti accorati li rimproverava di non aiutarmi abbastanza». E qualche giorno dopo a Maria Latella che gli aveva chiesto con un pizzico di irridente incredulità quali richieste facesse lui all’impalpabile protettore, rispose con un sospiro addolorato: «L’idea dell’angelo custode suscita la sua ironia, forse le sembra una cosa fanciullesca… E io sorrido con qualche amarezza per il disprezzo cosi poco laico per questa elementare dimensione della fede, per questo amore che noi cattolici portiamo agli agenti della Divina Provvidenza». Quando andò a trovarlo l’inviato di Famiglia Cristiana, volle dunque trascinarlo a tutti i costi, di stanza in stanza, fino alla cappella. «Presidente, non serve, la mia è un’intervista politica». «I suoi lettori devono sapere». «Quando faccio la Messa ad Arcore», raccontò a un settimanale, «la chiesa si riempie di giovani. La religione spinge tutti noi a migliorarci, a tendere verso l’alto». Fino alla sortita più famosa: «Uno che arriva come me alla guida dell’Italia è come se fosse stato unto dal Signore». Di più: «Quando si assume un ruolo come questo, la vita cambia. I cattolici la chiamano la Grazia dello status. È una cosa che ti fa diventare una persona diversa senza che tu te ne accorga. Già stanotte ho dormito da persona diversa, anche se con lo stesso pigiama». E mano a mano che Don Luigi Verzé lo confortava nella convinzione d’essere stato scelto da lassù («l’ho sempre detto, Silvio è stato mandato dalla Divina Provvidenza per salvare questo Paese») il Cavaliere si lanciava nel racconto di parabole: «All’Ospedale San Raffaele una madre mi pregò di convincere il figlio bloccato provvisoriamente su una sedie a rotelle a riprendere a camminare. Mi presentai dal ragazzo e gli dissi: “Giacomo, fatti forza. Alzati e cammina”. Lui, dopo alcuni giorni, si alzò». Un prodigio. Come tanti altri. Che gli avrebbero strappato battute come quella con cui annunciò di aver trovato un punto d’accordo su Bankitalia: «San Silvio da Arcore ha fatto un altro miracolo». Fino alla sublimazione del celebre gesto nel salotto di Bruno Vespa, quando porse la mano all’incerto giornalista: «Annusi, annusi!». «Cosa devo annusare?». «È odore di santità». E tanto deve essersi convinto, nel tempo, di questa sua dimensione al di là dei due divorzi e di una vita, diciamo così, sessualmente spericolata, che un giorno dell’estate 2008, alla Messa per il nuovo campanile di Porto Rotondo, chiese al vescovo di Tempio Pausania: «Eccellenza, perché non cambiate le regole per noi separati e ci permettete di fare la comunione?». «Lei che ha potere, si rivolga a chi è più in alto di me», gli disse quello sorridendo. Il Papa, in qualche modo, gli rispose dal Quebec: «Coloro che non possono ricevere la comunione a motivo della loro situazione, troveranno comunque nel desiderio di comunione e nella partecipazione all’Eucaristia una forza e una efficacia salvatrice». Parole che avrebbe interpretato come un via libera. Facendo la comunione in pubblico almeno un paio di volte, ai funerali dell’alpino Matteo Miotto e a quelli di Raimondo Vianello. E adesso? Cosa faranno i vertici della Chiesa dopo aver letto quei dialoghi («Ieri sera avevo la fila fuori dalla porta della camera… Erano in undici… Io me ne son fatte solo otto perché non potevo fare di più») finiti su tutti i giornali del pianeta? Lo vedremo nei prossimi giorni. Ma certo, stavolta, se venissero confermate certe testimonianze, sarà difficile per lui spiegare che anche Nicole Minetti vestita in una notte brava con «una tunica scura da suora, compreso il copricapo ed una croce rossa sul velo» facesse parte del «circuito» delle zie monachelle.

La Chiesa, il Cavaliere e il suo doppioultima modifica: 2011-09-21T08:13:41+02:00da borgosotto
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Un pensiero su “La Chiesa, il Cavaliere e il suo doppio

  1. Ormai, da quello che si vede, la Chiesa Cattolica è praticamente divisa in due entità.

    La prima, quella più “legittima”, se vogliamo, è costituita dal clero e da quei (relativamente pochissimi) laici devoti e preparati che si danno da fare per rispettare e far rispettare la propria dottrina e che vantano la loro chiesa quale comunità fondata da Cristo ed unica sua “sposa”, guardando con aria snob a tutte le altre confessioni cristiane. Sì…anche un bel pò arroganti.

    L’altra, invece, è quella che, obiettivamente parlando, definirei la maggioranza, costituita dai cattolici “nominali” ma non soltanto, anche da quelli che potremmo definire cattolici “praticanti”, ma che nella propria religiosità ricorrono a mille compromessi e a volte, in maniera molto evidente, rispettano soltanto ciò che fa loro comodo.

    Questi, anche se una particolare azione è un peccato mortale secondo il credo cattolico, loro la praticano senza problemi di sorta.
    Non solo, ma vanno anche in chiesa in tutta tranquillità ed hanno buoni rapporti con il clero e con la comunità in generale…perchè si sa, tanto c’è la confessione !!

    I compromessi li fanno soprattutto quando, come in questo caso, è una questione di convenienza (come la necessità di battezzare qualcuno, altrimenti, come dicono, se dovessero rispettare le regole non battezzerebbero nessuno).

    Ora mi chiedo, come è possibile che, parallelamente a tutto questo soqquadro, esistano degli apologeti saccenti che esaltano tale sfacelo ?

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