Contributi all’editoria, l’ideologia uccide la verità

La Federazione Italiana Settimanali Cattolici replica a un articolo pubblicato da “L’Espresso” sui settimanali diocesani: «Solo fango, pregiudizi duri a morire»

di Francesco Zanotti, http://www.romasette.it/modules/news/article.php?storyid=7674

Eletto il nuovo direttivo dell’Ucsi Lazio

In un ampio servizio dedicato all’otto per mille in cui si confondono ancora Vaticano e Conferenza episcopale italiana (Cei) e in cui si raccontano verità parziali o strumentali (“Avvenire” di oggi ne denuncia e documenta imprecisioni, luoghi comuni e incompletezze), il settimanale “L’Espresso” in edicola da ieri ha dedicato un box alle “Sante Gazzette”. In poche righe si narra, prendendo le mosse dal libro in uscita “I senza Dio”, citando in questo caso il capitolo “Come mungere lo Stato”, dei contributi all’editoria destinati ad “Avvenire”, a “Famiglia Cristiana” e ai settimanali diocesani, mettendoli tutti insieme in una “lista delle Gazzette di ispirazione religiosa” che, secondo “L’Espresso”, “sarebbero generosamente sovvenzionate dallo Stato”.

Non dice nulla, invece, “L’Espresso” della legge del 1990 che stabilisce i contributi all’editoria, né dei principi in base ai quali tale legge e le precedenti sono state istituite. Non una parola per spiegare il pluralismo informativo e neppure per ragionare di libertà d’informazione o di democrazia informativa. Nulla di nulla dell’articolo 21 della Costituzione italiana, né del recente intervento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha chiesto al governo di rivedere i tagli all’editoria, accennando al rischio di «mortificazione del pluralismo dell’informazione» nel nostro Paese.

Solo fango su “una lunga lista” che, sempre secondo “L’Espresso”, sarebbe “pure divertente da scorrere, infarcita com’è di testate improbabili”. È professionalmente sconcertante leggere toni così offensivi e basati su pregiudizi duri a morire. Certo risulta difficile per chi non abita il territorio italiano rendersi conto di ciò che si muove nel nostro Paese.

È probabilmente troppo impegnativo, per chi non vuol vedere, tentare di ricordare la storia recente e meno recente d’Italia, ricca com’è di opere che vengono spesso dal movimento cattolico. Quella dei settimanali cattolici locali è una grande esperienza storica che ha avuto il merito di dare voce ai senza voce.

Queste testate non sono, quindi, “Gazzette di ispirazione religiosa”, ma veri e propri giornali locali (per diffusione) d’informazione generale. Basterebbe svolgere piccoli sondaggi nei vari territori dal Nord al Sud dell’Italia per scoprire una ricchezza reale, spesso ignorata dalla grande stampa e dai network nazionali, ma molto vicina alla gente.

Quella stessa gente che ogni settimana si ritrova sulle pagine dei nostri giornali dai nomi niente affatto “improbabili”, ma che richiamano gli anni di fine Ottocento quando i cattolici, fuori dalla politica attiva, diedero vita a infinite opere di cui ancora oggi godiamo gli effetti benefici.

Ecco quindi i nomi delle testate come “L’Azione”, “Il Popolo”, “L’Araldo”, “La Difesa”, “La Vita”, solo per citarne alcune che possono risultare “improbabili” per chi non ha camminato nel tempo sulle strade del nostro Paese e svolge la professione di giornalista chiuso in redazione e ancor più chiuso nell’ideologia.

Sono giornali ai quali i lettori da decenni sono abbonati o ogni settimana li acquistano in edicola.
Un milione di copie, quattro milioni di lettori, forse danno fastidio a qualcuno, ma dicono di un radicamento sul territorio che può far sorgere parecchie invidie e far nascere disinformazione.

In quanto ai contributi si può aggiungere che i periodici diocesani, ma non solo loro, fino all’anno di competenza 2009, hanno percepito 20 centesimi a copia stampata, in forza del comma 3 dell’articolo 3 della legge 250 del 1990. Nel complesso si tratta di 3,7 milioni di euro, per circa una settantina di testate sulle 189 che aderiscono alla Fisc, la Federazione italiana che dal 1966 le raggruppa. In base ad una legge, quindi, e non come regalia per favori non ben identificati, come vuol far credere il box de “L’Espresso”.

In ultimo verrebbe da domandarsi se per le copie de “L’Espresso” spedite via Poste italiane fino al 31 marzo 2010 l’editore di quel settimanale abbia pagato la tariffa riservata ai periodici oppure l’intero importo ordinario. Nel primo caso è bene ricordare che lo Stato ha integrato per anni, con soldi dei cittadini, la differenza fra le due tariffe, anche per le spedizioni de “L’Espresso”. Si tratta di contributi indiretti ma sempre contributi statali sono.

Presidente Fisc

21 novembre 2011

L’ESPRESSOdi giovedì 24 novembre 2011

Pag 72 Benedetto sia l’otto per mille di Stefano Livadiotti

Più di un miliardo l’anno dallo Stato per pagare gli stipendi dei preti. Per i quali però bastano 361 milioni. E le altre centinaia? In un’inchiesta tutta la verità su business e privilegi del Vaticano. Ecco un’anticipazione

 

Business, privilegi e scandali del Vaticano. Esce il 23 novembre “I senza Dio” (Bompiani), l’inchiesta di Stefano Livadiotti, giornalista de “l’Espresso” , che svela il volto oscuro della Chiesa. Ecco un’anticipazione.

 

Trentunomila e 478 euro virgola qualcosa. È la somma che lo Stato, quindi l’intera platea dei contribuenti, ha versato nel 2010 per il mantenimento di ognuno dei 33 mila e 896 sacerdoti in servizio attivo nelle diocesi del Paese. Il totale fa un miliardo e 67 milioni di euro, l’importo del cosiddetto 8 per mille (salito nel 2011 a un miliardo, 118 milioni, 677 mila, 543 euro e 49 centesimi). E l’assegno l’ha incassato la Chiesa, attraverso la Conferenza episcopale. Che poi a ciascuno di quei preti ha girato direttamente solo 10.541 euro, un terzo di quanto ha stipato nei propri forzi eri. L’espressione è un po’ forte, ma i numeri sono numeri: e dicono che i vescovi fanno la cresta sullo stipendio dei loro sottoposti. Wojtyla, si sa, non amava granché Agostino Casaroli. Considerava il suo segretario di Stato troppo amico dei regimi comunisti dell’Est. Quasi un propagandista. E per questo si scontrava spesso con lui. Invece avrebbe dovuto fargli un monumento equestre. Perché la revisione del Concordato che Casaroli trattò con l’allora premier italiano, Bettino Craxi (in sostituzione della “congrua”, il salario di Stato garantito ai parroci), è stata di gran lunga il miglior affare che la Chiesa abbia portato a casa nella sua storia più recente. Funziona così. Un po’ come in un gigantesco sondaggio d’opinione, ogni anno i contribuenti, mettendo una croce sull’apposita casella nella dichiarazione dei redditi, possono indicare come beneficiaria dell’8 per mille una delle confessioni firmatarie dell’intesa con lo Stato (o scegliere invece quest’ultimo). Sulla base delle indicazioni effettivamente raccolte, viene poi diviso in percentuale non il solo ammontare versato da quanti hanno espresso una preferenza (il 40 per cento circa del totale), ma l’intero montepremi. Al gruzzolo concorrono, cioè, anche i versamenti all’erario di coloro che, maggioranza assoluta, non hanno barrato un accidenti (quattrini che nella cattolicissima Spagna restano invece allo Stato). O che magari non hanno neanche mai sentito parlare del trappolone a suo tempo con-fezionato da Giulio Tremanti nelle vesti di consulente del governo. Il meccanismo, guarda caso, sembra ricalcato da quello scelto dai partiti per i rimborsi elettorali garantiti dal finanziamento pubblico. Il risultato dell’arzigogolo è facilmente intuibile. Anche perché perdere una sfida con lo Stato italiano davanti a una giuria popolare è matematicamente impossibile. Tanto più se lo stesso sedicente avversario ha stabilito regole che lo penalizzano in partenza. E ancor più se durante la gara cammina invece che correre (la Chiesa si affida a un gigante mondiale come la Saatchi & Saatchi per una martellante campagna pubblicitaria costata nel 2005 qualcosa come 9 milioni di euro, il triplo di quanto donato dai preti alle vittime dello tsunami; lo Stato risulta non pervenuto). Ma il vantaggio per la Chiesa va perfino al di là di quanto si possa intuire. Per quantificarlo bisogna necessariamente affidarsi a dati un po’ vecchiotti, per il semplice motivo che il ministero dell’Economia fornisce le statistiche sulle scelte effettive dei contribuenti solo alle confessioni religiose ammesse al beneficio. Non è però un problema, dal momento che le percentuali variano in maniera quasi impercettibile tra un anno e l’altro. Dunque: nel 2004 la Chiesa è stata scelta da una minoranza pari al 34,56 per cento dei contribuenti italiani. Ma lo stesso dato, calcolato invece sulla sola platea di quanti hanno ritenuto di dare un’indicazione sull’8 per mille, l’ha fatta schizzare di colpo, e miracolosamente, a una schiacciante maggioranza dell’87,25. Ed è quest’ultima la percentuale utilizzata per ripartire l’intera torta. Che è destinata inevitabilmente a crescere. Il suo valore, infatti, si aggancia ora alla variazione del Pil, cioè alla crescita economica, ora all’aumento della pressione fiscale. Quando non ai due elementi insieme. Questo garantisce alla Chiesa di incassare sempre più quattrini, a prescindere dal consenso racimolato. E perfino quando questo scende in maniera vistosa. È successo, per esempio, nelle dichiarazioni dei redditi del 2007 (incassate nel 2010: c’è uno sfasamento temporale di tre anni). Quell’anno, forse sulla scia dello scandalo pedofilia, il numero dei contribuenti che ha indicato come beneficiari Ratzinger & C. si è ridotto, secondo i calcoli degli stessi vescovi, di 95.104 unità. Così, perfino la percentuale drogata di spettanza della Chiesa ha fatto registrare un passo indietro: dall’86,05 del 2006 (89,82 nel 2005) all’85,01 per cento. Ma, sorpresa, grazie al doppio traino di Pil e pressione fiscale, la Chiesa ha comunque incassato di più: 100 milioni di euro. I conti della cresta sono presto fatti. Nel 1989, come ricorda la stessa Cei in un documento ufficiale intitolato “Otto per mille: destinazione e impieghi 1990-2011”, con la congrua la Chiesa prendeva 399 miliardi di lire (che nel 1990, nel primo anno con il nuovo sistema, diventarono 210 milioni di euro, perché nel totale furono inseriti anche 7 miliardi di lire di quattrini pubblici destinati alla nuova edilizia di culto). I coefficienti di rivalutazione dicono che oggi quella cifra equivarrebbe a 369,01 milioni. Per il 2011, secondo i calcoli più aggiornati, alla Chiesa spetta invece, come dicevamo, un miliardo, 118 milioni, 677 mila e 543 euro: più del triplo. Ma per la Santa Casta l’affare è ancora più ghiotto di quanto già non appaia a prima vista. Nello stesso ventennio, infatti, l’importo complessivo delle paghe dei preti (addirittura diminuito di 20 milioni tondi tra il 2009 e il 2011) è cresciuto molto più lentamente: dai 145 milioni del 1990 ai 361 del 2011 (più 149 per cento). E così il margine, che rappresenta in questo caso il guadagno, o la cresta, della Chiesa è via via aumentato, passando dai 65 milioni iniziali ai 757.677.543 euro di quest’anno, con un incremento del 1.066 per cento. Chapeau. E dire che in un volantino distribuito dalla Cei nelle parrocchie, e intitolato “Aiuta tutti i sacerdoti”, si sostiene che l’8 per mille “non basta” a mantenere i preti. I negoziatori della revisione concordataria del 1984, evidentemente consapevoli del papocchio che andavano allestendo, avevano previsto la possibilità di una revisione dell’aliquota: era stato insomma stabilito che l’8 per mille potesse diventare, per esempio, il sette o il nove, a seconda dell’andamento del suo gettito e delle spese reali della Chiesa. Il compito di monitorare la situazione, e introdurre ogni tre anni gli aggiustamenti eventualmente necessari, era stato affidato, come nella migliore tradizione, a una commissione, l’ennesima. Fin da subito, se ne sono ovviamente perse le tracce. E chi, come quei rompiballe in servizio permanente effettivo dei radicali, ha chiesto notizie al riguardo si è sentito opporre il segreto di Stato. Addirittura. Un minimo di pudore da parte del governo nell’affrontare l’argomento è assolutamente comprensibile. Perché da sempre l’esecutivo di turno, non ritenendo ancora all’altezza il cadeau presentato annualmente alla gerarchia ecclesiastica, ci ha aggiunto dell’altro. Consegnando di fatto alla Chiesa anche una buona fetta della quota (striminzita, peraltro) di 8 per mille che gli veniva assegnata su indicazione dei contribuenti. Una forza tura sottolineata anche dalla Corte dei conti, che nel 2008 ha messo a punto una relazione sulla gestione dei fondi da parte dello Stato nel quinquennio 2001-2006 in cui si rilevavano «non poche incongruenze». Una bacchettata di cui Berlusconi, troppo preoccupato a farsi perdonare dai preti certi eccessi di vitalità notturna, non ha tenuto alcun conto. Almeno a leggere le 17 pagine del decreto con cui sono stati ripartiti nel 2009 i 43.969.406 euro destinati dai contribuenti allo Stato in quota 8 per mille: 459 mila euro alla Pontificia università gregoriana di Roma, 500 mila al Fondo librario della Compagnia di Gesù, un milione e 146 mila alla diocesi di Cassano allo Ionio, 369 mila alla Confraternita di S. Maria della purità di Gallipoli… Alla fine, 10 milioni e 586 mila euro sono andati, in gran parte attraverso il Fondo beni culturali, a 26 immobili di enti-satellite del Vaticano. E altri 14 milioni e 692 mila euro sono stati destinati a soddisfare richieste (quasi tutte per opere ecclesiastiche) legate al terremoto abruzzese e curiosamente presentate ancor prima che il sisma si verificasse. In sostanza, lo Stato ha girato al Vaticano più della metà dei soldi che i contribuenti gli avevano espressamente conferito. Resta da capire che strada prendano i soldi pubblici che ogni anno rimangono nelle casse della Cei dopo il pagamento degli stipendi ai sacerdoti. Nel 2011 (come del resto in tutti gli ultimi cinque anni, nel corso dei quali sono rimasti per-fettamente invariati) gli interventi caritativi nel Terzo mondo hanno totalizzato 85 milioni, pari al 7,59 per cento dei soldi pubblici incassati dalla Cei. Anche sommando a questi gli aiuti smistati in Italia, non si va oltre i 23.5 milioni, che vuol dire il 21 per cento del contributo statale alla Cei. Il tutto, ammesso e non concesso che tra queste iniziative abbia qualche senso includere «l’installazione di una radio cattolica nell’arcidiocesi di Mount Hagen, a Pasqua Nuova Guinea e a Puerto Esperanza, in Perù e la formazione per tecnici e animatori giornalisti della radio diocesana di Matadi, nella Repubblica democratica del Congo», citati a pagina 14 del dossier “Otto per mille. Destinazione ed impieghi 1990-2008” alla voce “Promozione umana”, ma molto più simili a spese per la propaganda e il reclutamento. Oppure operazioni al limite del folklore sciupone come «la formazione all’uso e alla gestione di un sistema fotovoltaico per la ricarica della batteria di cellulari, laptop e lampade per creare microimprenditorialità in diversi paesi dell’Africa». Laptop nella savana? Mah. Di tutto questo ben di Dio, agli uomini di Chiesa restano le briciole. Non alla nomenklatura, s’intende, che quella si tratta bene. Il capo dei vescovi, Angelo Bagnasco, ovviamente, lo nega: «Per la nostra sussistenza basta in realtà poco», ha detto il 26 settembre 2011. Ma non è esattamente così, se nel solo 2007 i 20 cardinali di stanza a Roma sono costati oltre tre milioni di euro, come ha rivelato senza essere smentito il settimanale cattolico inglese “The Tablet” (del resto il giornale citava la sintesi di un rendiconto riservato della Prefettura per gli affari economici del Vaticano), e se è vero che nel 2010, come ha scritto “El Pais“, la spesa per l’intera curia è stata di 1 02,5 milioni. Eppure non è certo ai papaveri vaticani che si riferiva “Famiglia Cristiana” quando, nel settembre del 2011, ha scolpito: «Mentre la nave affonda, i timonieri continuano a sollazzarsi».

 

La parte del leone – si legge nel capitolo “Come mungere lo Stato” del libro “I senza Dio” – l’ha fatta “Avvenire”: il quotidiano della ricchissima Cei è riuscito a incassare, nel 2010, 5.871.082 euro e 4 centesimi. Ma la lista delle gazzette di ispirazione religiosa generosamente sovvenzionate dallo Stato è lunga. E, non fossero soldi nostri, sarebbe pure divertente da scorrere, infarcita com’è di testate improbabili. Ci sono “L’Appennino Camerte” (Arcidiocesi di Camerino, 42.500 euro), “L’Aurora della Lomellina” (Diocesi di Vigevano, 41.378 euro), “Gente Veneta” (Patriarcato di Venezia, 67.036 euro), “Nuova Scintilla” (Diocesi di Chioggia, 28.830 euro), “L’Ortobene” (Diocesi di Nuoro, 78.690 euro), “Il Risveglio Popolare” (Opera diocesana di Ivrea, 55.200 euro), “La Voce Isontina” (Arcidiocesi di Gorizia, 30.590 euro) e “La Vita Casalese” (Fondazione S. Evasio opera diocesana, 35.824 euro). Dopo quello di “Avvenire”, i due assegni più sostanziosi, per un totale di 618 mila euro, li hanno portati a casa “Famiglia Cristiana” e “Il Giornalino”, entrambi editi dalla Periodici San Paolo. Ma il premio Stakanov spetta senz’altro ai sacerdoti novaresi, capaci di mettere insieme otto pubblicazioni tutte giudicate meritevoli di assistenza pubblica: “L’Azione” (20.643 euro), “Il Cittadino Oleggese” (8.125 euro), “L’Eco di Galliate” (9.252 euro), “L’Informatore” (47.537 euro), “Il Monte Rosa” (8.971 euro), “Il Popolo dell’Ossola” (5.293 euro), “Il Ricreo” (7.511 euro) e “Il Sempione” (9.910 euro).

Contributi all’editoria, l’ideologia uccide la veritàultima modifica: 2011-11-22T15:40:10+01:00da borgosotto
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