Italia, un Paese religioso con tante contraddizioni

di Enrico Lenzi Avvenire, 29.2.12

Il 78% è cattolico ma la vita dopo la morte crea dubbi

Credono in Dio, si ritengono religiosi, danno importanza alla fede nella loro vita, ma mettono in dubbio l’esistenza dell’inferno, del paradiso e persino di una vita dopo la morte. È una fotografia con diverse contraddizioni quella scattata dalla quarta indagine sui valori degli europei, i cui risultati sono contenuti nel volume «Uscire dalle crisi. I valori degli italiani alla prova» (edito da Vita e Pensiero) curato dal sociologo Giancarlo Rovati docente dell’Università Cattolica. Uno dei capitoli del libro, che sarà al centro del convegno di oggi, nella sede milanese dell’ateneo cattolico, è dedicato alla «realtà religiosa in Italia», affidando al professor Clemente Lanzetti, ordinario di Sociologia della religione all’Università Cattolica, l’analisi dei risultati. «Attualmente il 78% della popolazione italiana maggiorenne – si legge – si riconosce nella fede cattolica e soltanto due italiani su cento si professano di altra religione». Un dato in leggero calo (-3,1%) rispetto a un’indagine condotta dieci anni prima, ma che farebbe intendere una consistente presenza di cattolici nel nostro Paese. L’uso del condizionale è però d’obbligo, soprattutto quando l’indagine affronta temi dottrinali, etici e morali legati alla fede cattolica. Si scopre, così, che se un confortante 59% degli italiani crede in «Dio personale e creatore che ama l’essere umano» (affermazione in linea con la fede cattolica), c’è un 24,6% per cui Dio è «qualche forma di spirito o forza vitale», mentre un 14,8% addirittura non sa rispondere.

Meno lusinghiero il risultato sul quesito «se esista o meno una sola religione vera», quella cattolica in particolare. Solo il 20,1% risponde sì, a cui va aggiunto un 26% che aggiunge che «anche le altre religioni contengono elementi di verità». A questo 46,1% si contrappone un 40,6% per il quale «non c’è una sola religione vera, ma tutte le grandi religioni contengono alcune verità fondamentali». Con molta probabilità, sottolinea la ricerca, quest’ultima risposta potrebbe nascere dalla presenza di persone di altre religioni e della necessità di trovare con loro elementi comuni per creare una comunità. Qualche sorpresa arriva anche dalle risposte ai quesiti su alcune verità di fede. Tra chi si definisce genericamente religioso il 67,3% crede nell’esistenza della vita dopo la morte, mentre tra chi si dichiara praticante si arriva al 75,5%. Le cose non vanno meglio per paradiso e inferno: tra i praticanti ci credono rispettivamente il 70,5% e il 58,3%, mentre tra chi si dice religioso scendiamo al 60,6% e al 49,7%. Vi è addirittura un 17,1% di praticanti che crede nella reincarnazione. Insomma italiani religiosi, cattolici, ma con una fede che spesso diventa quasi individuale. «Questo processo – si sottolinea nella ricerca – non porta necessariamente a posizioni di individualismo in campo religioso, né sta portando a una progressiva irrilevanza della dimensione religiosa, ma a un diverso modo di rapportarsi a essa. Basti pensare che, nonostante si registri un calo in percentuale negli ultimi dieci anni su molti indicatori di religiosità istituzionale, non risulta diminuire l’importanza che le persone danno alla religione nella propria vita»: il 32,8 risponde «molto» e il 38,9» dice «abbastanza» per un totale di 71,7% degli intervistati. E anche sull’idea di una progressiva secolarizzazione dell’Italia, il rapporto invita alla cautela. «Gli italiani sono significativamente al di sotto del livello medio generale di secolarizzazione – si spiega ancora nella ricerca –, posizionandosi al 39° posto in una classifica di 48 Paesi analizzati». Analoga situazione per quanto riguarda la partecipazione ai riti religiosi. «Una partecipazione che negli ultimi quarant’anni è pressoché stabile, oscillando attorno al 30%». La stessa ricerca non trae conclusioni, anche se sottolinea come «quando si tratta di argomenti religiosi, oggi molti preferiscono conservare un atteggiamento di ‘ricerca’». Si tratta di «un cambiamento riconducibile al processo crescente di individualizzazione del credere, che ha una pluralità di esiti in ambito religioso, e che non coincide però con un generale deprezzamento dei valori religiosi, spirituali e morali». Con molta probabilità è il terreno da cui ripartire per una nuova evangelizzazione anche in Italia.

 

«L’Italia resta un Paese in cui la religiosità è un aspetto di vita importante per i suoi cittadini». Il professor Clemente Lanzetti, ordinario di Sociologia della religione all’Università Cattolica dà una lettura tutto sommato positiva della religiosità in Italia.

Eppure nell’opinione pubblica la percezione è differente. Come lo si spiega?

Nella nostra ricerca abbiamo cercato di analizzare anche un indice di secolarizzazione, proprio per verificare questo calo di religiosità. Un indice che tiene contro della pratica religiosa, della credenza e dell’importanza data alla religione nella propria vita. Misurando questi fattori l’Italia si colloca al 39° posto su 48 Paesi analizzati con un valore medio nettamente al di sotto del punto critico.

Dunque gli italiani restano un popolo con una propria religiosità?

Di certo, pur tra qualche contraddizione, è in aumento la percentuale di italiani che afferma di ritenersi una persona religiosa: dall’82,5 all’84,2% in dieci anni.

Lei parla di «contraddizioni» presenti nelle risposte del campione analizzato. A cosa si riferisce?

Nel complesso si può osservare che la religiosità non è vissuta come un possedere una verità assodata, solida, sicura. Vi è un atteggiamento di ricerca. Probabilmente anche in questo caso assistiamo all’assenza di certezze che la nostra epoca storica complessivamente vive anche per altri aspetti dell’esistenza. E questo porta a vivere pure l’aspetto religioso con una crescente individualizzazione.

Ma non si rischia di arrivare così a una sorta di religione «fai da te»?

È uno dei possibili sbocchi, ma non l’unico. L’individualizzazione del credere può portate a strutturare una fede a propria misura, ma oggi mi pare prevalente l’aspetto dell’importanza di porsi domande e di fare scelte. Ripeto, l’età delle certezze vacilla e così cresce l’esigenza di fare scelte e di darsi risposte a livello individuale. E questo non significa inevitabilmente farsi una propria religione. Pensi che nel fenomeno di individualizzazione del credere vi è una prevalenza di donne, che però sono anche le più partecipi alle pratiche religiose tradizionali. È il fattore di scegliere personalmente la chiave di svolta.

 Il tema della religiosità in Italia è uno dei capitoli del volume edito da Vita e Pensiero, «Uscire dalle crisi. I valori degli italiani alla prova», che raccoglie i risultati della ricerca sugli orientamenti di valore dei cittadini europei, condotta dall’European Values Studies (Evs). La parte italiana dell’indagine è stata curata dall’Università Cattolica che ha ottenuto dalla Cei un sostegno all’iniziativa e il suo inserimento nel progetto culturale della Chiesa italiana, e dall’Università di Trento. Il volume sarà presentato oggi alle 10 nell’aula Negri da Oleggio della Cattolica di Milano. La presentazione sarà presieduta dal curatore, Giancarlo Rovati, docente di Sociologia generale in Cattolica. Seguiranno i saluti del prorettore vicario della Cattolica, Franco Anelli, e del presidente Commissione degli Episcopati della Comunità Europea, il vescovo Adriano H. Van Luyn, e gli interventi del vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio (presidente Commissione episcopale per l’educazione, la scuola, l’università); Ruud Luijkx, responsabile gruppo metodologico Evs; Antonio De Lillo, Università di Milano-Bicocca; Eugenia Scabini della Cattolica.

Italia, un Paese religioso con tante contraddizioniultima modifica: 2012-03-02T14:09:45+01:00da borgosotto
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Un pensiero su “Italia, un Paese religioso con tante contraddizioni

  1. Gesù aveva dato una indicazione molto utile per poter valutare le cose.
    In Matteo 7:17-20 disse esplicitamente :
    “ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.”
    Quali religioni hanno manifestato i “frutti cattivi” di cui parlò Gesù?
    La storia è una impietosa testimone…
    La teoria della giustificazione vede in prima fila la Chiesa Cattolica che per giustificare gli orrendi e nefasti crimini commessi vituperando il nome di Dio e di Cristo ricorre sistematicamente ad auto-assolversi rinviando alla questione del contesto storico.
    Come se Dio possa mai condonare le condotte violente e criminali, i massacri e le persecuzioni a qualsiasi titolo perpetrate da queste religioni sanguinarie addirittura in nome Suo.
    Anche perchè, se oggi impera molto agnosticismo ed un enorme individualismo e materialismo, dobbiamo ringraziare proprio la Chiesa Cattolica e le molte religioni della cristianità che con il loro comportamento secolare, direttamente o indirettamente, hanno rappresentato così malevolmente Dio, tanto che persino i propri stessi correligionari l’hanno di fatto abbandonata non seguendone più i precetti, ma vivendo solo nominalmente la propria religiosità.

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