Come vivere il groviglio di speranza e incertezza

di Claudio Magris 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 8 aprile 2012

Pasqua si addice poco al clima politico e sociale che stiamo vivendo. Letteralmente per i fedeli e simbolicamente per tutti, Pasqua è un corto circuito di sconfitta e di trionfo; di dolore, intenso sino alla tentazione di arrendersi, e di resistenza a questo sentimento del nulla; di morte e di resurrezione. Come ricorda Péguy, grande scrittore cattolico, nella notte del Getsemani l’angoscia è così grande da indurre Gesù, sia pure solo per un attimo, a desiderare di lasciar perdere, di allontanare il calice di sofferenza, di annullare quello che per il cristianesimo è il disegno di redenzione universale preparato sin dall’inizio dei tempi. Quest’angoscia, come sappiamo, viene superata e non impedisce l’accettazione della Passione e della morte, dopo la quale v’è la gloria – il mistero glorioso – della Resurrezione. Nella simbologia della Pasqua possono riconoscersi i grandi momenti tragici ed epici della storia, la catastrofe di una guerra che sembra distruggere tutto, come ad esempio la Seconda guerra mondiale, e l’insperata vittoria che le pone fine; la vita che ricomincia, una vera resurrezione. Il momento indubbiamente drammatico che stiamo vivendo, in Italia e in Europa, è vissuto invece – nonostante le divergenze e gli scontri, anche comprensibilmente aspri, e le gravi preoccupazioni più che giustificate – un po’ in sordina; come un intermezzo più che come una svolta, nonostante lo choc della crisi economica e il mutamento politico italiano, impensabile sino a pochi mesi fa.

L’insicurezza, che raramente è stata così forte, non si traduce nel pathos che ci si potrebbe attendere da una situazione così precaria e da tante fosche previsioni, che non sono certezze ma nemmeno fantasmi irreali. Questo clima sostanzialmente prosaico piuttosto che dominato dall’eccitazione è un buon segno, perché è bene non perdere la testa e non esaltarsi nei momenti in cui si viene messi duramente alla prova. In tal senso è altamente positivo il tono freddo e corretto che l’attuale governo italiano ha ridato alla politica; un tono «civile», si potrebbe dire, se questo abusato termine non fosse divenuto odiosamente convenzionale e perbenista, come quando, per dimostrarsi di larghe vedute al passo con i tempi, si lodano due coniugi che si separano «in modo civile». In Italia siamo passati da una situazione disperata ma non seria, come diceva una vecchia battuta, a una situazione seria in un duplice senso: seria perché affrontata seriamente e perché ancora incerta e preoccupante. La civiltà del confronto deriva dalla coscienza generale di tale preoccupazione e dal conforto di essere finalmente ritornati alla politica e usciti dalla sua parodia, cosa che pareva impossibile. Il nostro Paese, da alcuni mesi, sta riacquistando dignità e consapevolezza della propria dignità. Potrebbe liberarsi, almeno un po’, dalla sua mania autodenigratoria (ben diversa dallo spirito critico) e dalla supina venerazione di altri modelli, specie anglosassoni, sferzata a suo tempo, sul Corriere, dal compianto Saverio Vertone, il quale ricordava agli italiani che l’Inghilterra è grande perché ci vivono non gli anglofili ma gli inglesi. In ogni caso, è facile parlare della crisi in modo composto per chi, come me e molti della mia età, è tanto meno minacciato dall’incertezza e appartiene a una generazione fortunata: risparmiata dalla guerra o almeno dal coinvolgimento diretto in essa; testimone della rinascita del dopoguerra e dell’allargamento – certo incompleto e insufficiente, ma rilevante – di molte libertà e opportunità a categorie che prima ne erano escluse; partecipe di progetti e speranze di un’Italia migliore — che forse, diceva Marin, era solo una nostra esigenza, ma un’esigenza che contribuiva a dar senso all’esistere. A parità, più o meno, di condizione sociale, la mia generazione vive molto meglio dei propri genitori e dei propri figli e ha la netta sensazione di vivere meglio di come vivranno i nipoti. Innumerevoli fattori, non certo solo nazionali ma epocali e mondiali e di ordine diverso (la debolezza dell’Europa, l’emergere di nuove potenze extra europee, l’ambigua e aspra guerra fra dollaro ed euro e tante altre cose ancora) determinano questa oggettiva incertezza, questo diffuso, terribile sentimento di essere già derubati del proprio futuro. Come diceva il cabarettista tedesco Karl Valentin – uno dei modelli di Brecht – i tempi in cui egli viveva erano orribili, ma «il futuro era migliore». A questa precarietà – talora, nei casi estremi, vissuta come inesistenza – del futuro si reagisce in generale, tutto sommato, con dimessa pacatezza, mescolando fiducia e sfiducia, pessimismo e speranza in un cocktail non esplosivo ma piuttosto scipìto. Sino a pochi anni fa, l’umanità è stata ricca di appassionati progetti relativi al proprio futuro. È un bene che alcuni di quei progetti siano falliti e che ne sia stato preso atto. Ma se il fallimento dell’uno o dell’altro progetto del futuro trascina con sé ogni tensione verso il futuro, proprio e altrui, ogni esigenza di creare un futuro migliore, una società è perduta, non c’è più vitalità né felicità. Indigesti provvedimenti sono certo necessari per risanare il dissesto economico; ci si augura tuttavia che non ci si dimentichi che la vita, la realtà, gli individui, le famiglie hanno bisogno, per sopravvivere, di essere amministrati o meglio di amministrarsi bene come una s.p.a., ma non sono una s.p.a. Se, ad esempio, nello scontro sull’una o sull’altra modifica di alcune garanzie sindacali andasse perduta la consapevolezza di tutto il cammino di progresso, sudore, liberazione che c’è nella storia di quelle conquiste come in tante altre nostre storie, si farebbe veramente un passo indietro nella maturazione del nostro Paese, si incrementerebbe una regressione umana, storica, politica e morale che alla fine è anche economica. Alberto Cavallari ha detto una volta che la teologia e l’economia sono le due scienze più demoniche, quelle che più afferrano alla gola le contraddizioni, spesso insanabili, del vivere. È bene che siano gli economisti, anche nel giorno di Pasqua, a governare, piuttosto che i teologi. Economisti tuttavia che siano vicini, nel modo di essere e di sentire, piuttosto ad Adam Smith – ben consapevole del nesso tra le leggi del mercato e i sentimenti morali, da lui altrettanto appassionatamente studiati – che alle agenzie o ai comitati di redazione delle riviste che si autodefiniscono le migliori e distribuiscono voti e pagelle spesso astraendo da ogni fattore umano e da ogni progetto d’ampio respiro. Non abbiamo bisogno di sacerdoti del cosiddetto mainstream, del pensiero economico oggi dominante e certo agguerrito ma non necessariamente infallibile come un’autorità religiosa. È difficile dire se l’attuale vittoria del capitalismo anglosassone, essenzialmente finanziario, su quello tedesco (più vicino alla realtà delle «cose» e forse pure a un sentimento sociale) sia un bene o un male. A seconda del proprio orientamento, si può compiacersene o deprecarlo. Comunque, anche in questo caso, la storia non è finita, perché nessuna storia finisce mai, e sarebbe buffo credersi depositari di un sapere economico definitivo, atteggiarsi a dogmatici teologi dell’anarco-capitalismo. Chi è troppo sicuro di essere un vincitore rischia di rendersi ridicolo come un marito troppo fiducioso e ingenuo. Ogni vincitore – ha scritto già molti anni fa Manès Sperber, uno dei primi smascheratori del comunismo sovietico – diventa facilmente un «cocu de la victoire», un cornuto della vittoria.

Come vivere il groviglio di speranza e incertezzaultima modifica: 2012-04-13T13:03:01+02:00da borgosotto
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